Nel cuore delle valli boliviane, a circa 2500 metri di altitudine, sorge una piccola e tranquilla città il cui nome è indissolubilmente legato a un suono che ha segnato la storia della musica andina: Aiquile. Sebbene il charango sia oggi uno strumento celebrato in tutto il mondo, pochi sanno che Aiquile rappresenta, da più di un secolo, la capitale produttiva mondiale di questo strumento. Non a caso i suoi abitanti ne avvertono un profondo orgoglio, ed è stata dichiarata per Legge “Capitale del Charango”. Ma non si tratta di una mera affermazione campanilistica: è la storia stessa a testimoniarlo, attraverso generazioni di famiglie di liutai che hanno trasmesso di padre in figlio l’arte della costruzione di questo strumento.

Sebbene i laboratori di costruzione producessero ogni tipo di charango, inclusi modelli tipici di altre zone, ne esisteva uno di origine assolutamente autoctona: il charango aiquileño. Si tratta di uno strumento dalle caratteristiche uniche, anche se oggi corre il rischio di confondersi con altri, poiché la variante aiquileña è effettivamente una delle ispirazioni che fungono da riferimento per il charango moderno.
Come accade spesso con le varianti locali di qualsiasi espressione culturale, il charango aiquileño fu a un passo dalla scomparsa. Fu una logica di mercato pura e semplice: il gusto che cambia e la domanda che evolve portarono l’attenzione dei musicisti verso strumenti moderni, più facili da costruire e adeguati ai vantaggi dei materiali odierni. Ma procediamo con ordine.
Per cominciare a capire qualcosa di questo strumento, di come fu sul punto di cadere nell’oblio e di come, grazie a un atto di curiosità e amore autentico, tornò a essere costruito, dobbiamo conoscere qualcosa del suo luogo d’origine.
Aiquile, Capitale del Charango
Aiquile, una città di circa 8000 abitanti nel dipartimento di Cochabamba, vanta una tradizione che ha generato letteralmente decine di famiglie di liutai. Secondo Hernán Mérida, attuale presidente delle associazioni dei costruttori di Aiquile (2026), oggi sono più di 120, ma 30 o 40 anni fa i costruttori dovevano essere molti di più. La ragione di questa ricchezza costruttiva non è del tutto nota, ma ha certamente a che fare con la ricchezza produttiva delle valli e con la disponibilità di legni di eccellente qualità, la cui maggior parte è oggi estinta.
In questo contesto si sviluppò una variante specifica di charango. Le proporzioni sono tipiche dei charango rurali, poiché tendono a essere piuttosto contenute: il manico si situa tra i 36 e i 37 centimetri, mentre la larghezza della cassa supera raramente i 18 centimetri. Il risultato è uno strumento slanciato, ma di grande eleganza. La forma della cassa è stilizzata, non standardizzata, con un profilo che ricorda certi strumenti barocchi.

Ciò che sorprende davvero del charango aiquileño, tuttavia, è la sua decorazione. Due sono le caratteristiche principali: il cerquillado e la stella frontale. Il cerquillado – un intarsio che percorre la il lato dello strumento – è realizzato frequentemente con tre o quattro colori distinti. I motivi decorativi non sono mai puro ornamento, ma parte integrante dell’identità dello strumento: nella parte inferiore della tavola armonica appare una mezza stella a cinque punte, anch’essa in intarsio di legno. Questa stella è un vero e proprio sigillo di garanzia di origine: come in molti altri strumenti, la decorazione non indica solo l’area di provenienza, ma a volte anche chi lo ha costruito. Vi è infine la paletta, che nella sua forma più tradizionale porta piroli in legno e presenta una bella forma a lira. Il ponticello, invece, è rigorosamente tradizionale, a trazione frontale, con legatura diretta delle corde.
È proprio il ponticello a suggerirci di trovarci davanti a un discendente della chitarra barocca, cosa che non manca di sorprendere chiunque si avvicini per la prima volta al charango.
Il paradosso del successo
Verso la metà degli anni settanta molte cose cambiano per il charango: inizia infatti una stagione felice, di straordinaria popolarità mondiale, mentre il folklore andino conquista i palcoscenici internazionali. è il momento in cui Inti Illimani, los Jairas e altri gruppi spopolavano in Europa, facendo scoprire al mondo il repertorio andino e i suoi suoni nuovi.
Questo successo porta con sé un’inattesa contraddizione. Il charango moderno, quello costruito da liutai boliviani come Isaac Rivas, Sabino Orozco e Renè Gamboa, caratterizzato da corde in nylon, casse di risonanza più ampie e un’estetica sonora più vicina alla chitarra classica, inizia a imporsi come il modello di riferimento. Durante gli anni Novanta, poi, sotto l’influenza di innovatori come Juan Achà, le dimensioni si ingrandiscono ulteriormente, la forma del ponte cambia – prendendo in prestito quello della chitarra – ed il suono si fa sempre più brillante e profondo al tempo stesso, perdendo una parte di quella dolcezza che contraddistingueva il charango degli anni sessanta o settanta.
I musicisti, del resto, vogliono essere ascoltati in sala da concerto, e chiedono uno strumento che regga il confronto con gli ensemble da camera. Non si tratta più di uno strumento che serve per accompagnare i canti popolari o le parate del carnevale. Si tratta di uno strumento moderno, qualsiasi cosa questo voglia dire. Questo processo è in atto ancora oggi in altre zone della Bolivia, in particolare nel Norte Potosì con la Qonqhota che assume decorazioni, caratteristiche e forme molto bizzarre – ma questa è una storia che tratteremo a parte.
Il prezzo da pagare in termini culturali è però alto.
Negli anni 80 e 90, subito dopo la fine delle dittature, molti maestri costruttori aiquileños scelgono di emigrare, cercando maggior fortuna in altri dipartimenti della Bolivia o persino oltre i confini boliviani, portando la propria arte a Cochabamba, a La Paz, in Chile e in Argentina, proprio per rispondere alla nuova domanda di strumenti. Questo movimento migratorio, da un lato ha fatto sì che la scuola costruttiva di Aiquile sia diventata un riferimento inevitabile della costruzione del charango, perchè molti di questi maestri hanno poi definito il gusto e la forma del charango moderno. Esempi importanti sono le famiglie Orozco e Gamboa, ma anche, in tempi più recenti, le famiglie Claros e Suarez.
Questi liutai portarono con sé la propria esperienza costruttiva, fatta dalla trasmissione generazionale e verticale delle conoscenze: il figlio riprendeva il lavoro del padre. Non portarono però il proprio strumento tradizionale, che non rispondeva più alle nuove richieste del mercato. Anche ad Aiquile, nel frattempo, i costruttori si adattavano alla domanda e il modello originario smise sostanzialmente di essere prodotto.
La chicheria e l’intuizione di Alfredo Coca
La storia di come fu recuperato uno strumento il cui modello non veniva più costruito mi è stata raccontata in diverse occasioni direttamente da uno dei suoi protagonisti, il maestro Alfredo Coca. Alfredo, che ho la fortuna di conoscere, è uno dei più grandi charanguisti viventi, è un musicista di levatura internazionale con una biografia e una raccolta di riconoscimenti straordinariamente estesa.
Nella stesura di questo articolo ho chiesto direttamente a lui alcuni chiarimenti, ed il seguente brano è stato scritto da Alfredo Coca in persona:
«Per caso, mentre mi trovavo riunito con degli amici, venni a sapere che il luogo in cui eravamo – a Cochabamba – era un’antica chichería (luogo di vendita della chicha, bevanda tradizionale delle culture preispaniche, NdT) un tempo gestita da una anziana signora, in cui come attività sociale si organizzavano raduni con la presenza di famosi interpreti di charango dell’epoca. Chiesi se per caso fosse rimasto qualche esemplare di quegli incontri: la risposta fu che sì, c’era un esemplare abbandonato da qualche parte in casa. Trovato lo strumento, che era rotto, chiesi immediatamente di portarlo in prestito per farne uno studio. Ebbe inizio così il processo di rilievo digitale del charango, con la documentazione dettagliata della costruzione: i tasti, ricavati da filo di ferro battuto a martello; il ponticello a trazione diretta delle corde; la paletta a forma di lira; la tavola armonica ed i fianchi dello strumento con intarsi combinati – cerquillado – di legni di colori naturali e madreperla; e una mezza stella a cinque punte che dava il tocco caratteristico all’insieme. Ultimato il rilievo con le misure esatte, e completata la tavola costruttiva del charango, non restava che portarla ai vari laboratori di Aiquile per la realizzazione. Purtroppo non fu possibile concretare la costruzione, poiché gli artigiani riferivano di non avere il tempo necessario per il lavoro. Come ultima opzione mi rivolsi a Cochabamba al liutaio Ignacio Suárez, il quale dopo un mese mi chiamò per comunicarmi che il charango era in fase di completamento: grande fu la mia sorpresa nello sapere che avremmo avuto una replica dell’esemplare aiquileño.»

Il modello originale
Questo è il charango usato come modello da Alfredo Coca, portato poi a Ignacio suarez. Notare la rosetta elaborata ed il bellissimo ricciolo sulla parte finale della tastiera
Il rilievo realizzato da Alfredo Coca
2008

Suárez non è un liutaio qualunque. Di origine aiquileña ma stabilito a Cochabamba, è un uomo che porta con sé la tradizione aiquileña, e che ricordava come suo padre costruisse esattamente quel tipo di charango quando lui era giovane.

Fortuna vuole che proprio l’anno successivo, nel 2009, Alfredo Coca viene invitato in Europa per suonare in un festival organizzato dall’UNESCO, e fra gli strumenti porta anche il nuovo charango aiquileno. Ecco che improvvisamente, i charanguisti di tutto il mondo vedono un nuovo modello e riscoprono un suono che nessuno, fuori da Aiquile, aveva ascoltato prima. Nel giro di pochi anni gli stessi liutai di Aiquile tornano a costruirlo e attualmente, nel festival di charango di Aiquile, esiste una categoria speciale per il charango aiquileño.
Suonare un charango aiquileño è un atto d’amore verso il valore culturale degli strumenti. Ha un suono eccezionale, molto diverso dal suono a cui siamo già abituati: un suono autentico, antico e originale, senza smettere di essere — non dobbiamo mai dimenticarlo — un charango urbano, vale a dire uno strumento nato in un contesto meticcio, non in una cultura originaria.
Da Charango.it sostengo attivamente la salvaguardia di questi strumenti e dei maestri che ancora oggi scelgono di dedicare la propria vita alla tradizione. Sono personalmente convinto che il futuro del charango passi per la conoscenza del suo passato: non come operazione nostalgica, ma come fondamento di una solida identità musicale.
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